Estratto dalla pièce teatrale
Parte Prima, Scena X (a mo' di fine prologo)
Scena X (a mo’ di fine prologo)
(voce maschile fuori campo – in sottofondo si ascolta il graduale-organum “Viderunt omnes”)
Non era la prima volta che lo trovavano abbracciato a una colonna di pietra. Quando lo vedevano aggirarsi in Saint-Denis, in Notre-Dame, un po’ ovunque, avevano quasi idea di osservare due manifestazioni alquanto opposte, invero, dell’esistere: si infilava con la rapidità predatrice di un gatto in ogni anfratto di una qualunque chiesa, cattedrale o abbazia che si volesse; se gli occorreva nascondersi diventava un topo imprendibile, almeno a un nemico percepito come tale. Altrimenti lo vedevano traversar navate, transetti e gallerie come in sogno, quasi a tronco proteso in avanti e con le braccia che avrebbero voluto aprirsi a volo. Aveva per abitudine, senz’altro commendevole, di reputare i templi più splendidi e immortali come casa propria, senza per ciò accampare un qualsiasi diritto. Quando puntava come una freccia verso le sacrestie o quando ricompariva nei posti più strani ed elevati, i compagni si trattenevano a stento dal rider di gusto. Era come assistere allo spettacolo di uno strano animale immerso nel proprio naturale ma loro stessi, così divertiti, non si comportavano in modo tanto diverso: conoscevano seriamente i luoghi, tutto qui. Quando dovevano cantare non facevano distinzioni fra grandi o piccole cerimonie: andavano a piazzarsi anche in fondo all’abside e di là gettavano ponti di luce e di tenebra sonora verso quella compunta umanità che assisteva ai riti instupidita, fuor di sé, incosciente, miracolata da quella particolare fisica dei suoni.
Amavano dominare tutto lo spazio raggiungibile dalle loro voci, come se fossero soltanto loro espressione del Verbo divino; il vescovo lo sapeva bene e in cuor suo ne era più che contento, ma non doveva mostrarlo in modo troppo aperto: in fin dei conti i cantori, quand’anche meravigliosi, sarebbero di rado divenuti officianti. La pietra è figlia del fuoco del vulcano, del fuoco divino della creazione. Che si trovasse a passare o a sostare nelle chiese o nei chiostri, nulla poteva impedirgli di toccare, di accarezzare, di sfiorare le pietre, quelle più tornite e levigate come quelle più grezze e ruvide. Una volta, scorto un armigero gradasso che aveva dato di spada contro una colonna del chiostro in Saint-Germain, era corso come una furia ad avvertire i compagni: in pochi istanti eran corsi giù, gonfiando di robuste randellate il barbaro sacrilego preso alla sprovvista. Tornato alla colonna scheggiata, in lacrime, aveva chiesto ai reverendi Padri di consentirgli di preparare un composto che sanasse la ferita inferta alla pietra. Venne accontentato ma dovette accettare, su espresso consiglio del Superiore, di trascorrere alcuni giorni in cella per riposare in meditazione.
A Notre-Dame non era andato offerto dalla sua famiglia: Dama Alice e Sir Pierre, il più ricco mercante di Parigi, avevano semplicemente assecondato il suo potente desiderio di cantare e di istruirsi, mentre Fortin, suo fratello maggiore, era più adatto all’intrapresa. (pausa) In quella grande casa aveva trovato tutto, un vero libro dell’universo: nobile educazione, dottrina, filosofia, arte e sapienze le più varie in massimo grado. Lì aveva conosciuto, compagni di giochi e avventure, Oudinet, l’altro Jehan e Tassin. Ancora fanciulli, li chiamavano i quattro evangelisti del canto e tutti se li contendevano nei corridoi, nel refettorio, a volte persino nelle sale di preghiera: avevano la virtù di rendere frizzante l’aria che respiravano e di far volare il tempo in letizia, il sogno accarezzato da ogni buon religioso. Nella disciplina dei suoni eccellevano tanto da meritarsi dal vescovo alcune piccole libertà cui tiene ogni giovinotto ancora sostanzialmente libero, cui la natura ingannevole suggerisca desideri incontrollabili. Quando abbracciava una colonna di pietra avrebbe spesso desiderato assumerne la forma e con fierezza sostenere un architrave neanche fosse un giovane Atlante. Era soltanto un gesto di forte affetto e a chi ne rideva scagliava sempre uno sprezzante “Et super hanc petram...” ad alta voce o sibilato fra i denti, a seconda dell’occasione e del malcapitato importuno. Fu durante una delle solenni cerimonie che il suo sguardo incontrò quello della Badessa di Sant’Antonio; al momento di attaccare il canto fece sussultare il capocoro, dato che era l’unico a non avere gli occhi sulle sue carte e la bocca aperta senza emettere alcun suono: ciononostante cantò fuor di sé, miracolato nel vedere la Madonna che non vedeva, ebete ma non ancora cretino.
Viveva la sua Parigi da mane a sera, oltre il gran ponte, in città, di qua dal gran ponte, insomma ovunque lo portassero i suoi robusti garretti, la sua testa calda o il suo spirito libero. Insieme ai compagni e agli amici studenti del Collegio di Sorbona aveva cominciato ad appassionarsi pericolosamente alla gran guerra che si stava consumando fra il suo re ed il Pastore del gregge di Nostro Signore Gesù Cristo: anche Notre-Dame, uno dei grandiosi teatri parigini di questa guerra aspra e feroce, era il loro luogo di agguato ideale per carpire segreti, intenzioni e mosse di uomini tanto potenti cui non era ormai neppure lecito accostarsi per un semplice saluto. “Avrebbe dovuto vivere sotto Filippo l’Augusto o San Luigi”, dicevano sommessi alcuni pietosi che si eran curati di lui: ma ormai era chiaro come nessuno potesse scegliersi il tempo in cui menar la propria vita, oppure no. Fu un lampo, una meteora, un incanto nella storia dei suoni, una divina illusione: a suo modo, divino fu anche lui: Jehannot de Lescurel, poeta di Francia.