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Giacomo Rinaldi - Idea e realtà della logica

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Recensione di Davide D'Alessandro




Giacomo Rinaldi, Idea e realtà della Logica. Parte I, in: “Studi urbinati”, Quattro Venti, Urbino 2001-2002, anni LXXI-LXXII, p. 91-137; Id., Idea e realtà della Logica. Parte II, in: “Studi urbinati”, Quattro Venti, Urbino 2003-2004, anni LXXIII-LXXIV, p. 31-59.

(a) Giacomo Rinaldi è professore di Filosofia morale e di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino. Scritti principali: Critica della gnoseologia fenomenologica (1979); Dalla dialettica della materia alla dialettica dell’Idea. Critica del materialismo storico (1981); Saggio sulla metafisica di Harris (1984); A History and Interpretation of the Logic of Hegel (1992); Dialettica, arte e società. Saggio su Theodor W. Adorno (1994); L’idealismo attuale tra filosofia speculativa e concezione del mondo (1998); Teoria etica (2004).
(b) Dopo i saggi Essenza e dialettica della percezione sensibile (1993), Fondamenti di filosofia del linguaggio (1997) e Prolegomeni ad una teoria generale della conoscenza (1999)

Giacomo Rinaldi raggiunge con "Idea e realtà della Logica" un punto alto, anche se non conclusivo, della sua pur lunga riflessione teoretica. Il contesto teorico dei quattro lavori appare come un progetto relativo alla formulazione di una sistematica teoria della conoscenza, o gnoseologia generale, che affronta in maniera organica ed esaustiva il problema della costruzione di una dottrina trascendentale della conoscenza nello stile del pensiero idealistico moderno e contemporaneo, cioè secondo le direttive segnate dalla Critica della ragion pura di Kant, dalla Dottrina della scienza di Fichte e dalla Scienza della Logica di Hegel.
Nei Prolegomeni ad una teoria generale della conoscenza Rinaldi aveva sviluppato, nella prima sezione, un’esplicazione preliminare dell’idea del conoscere secondo il senso comune, basata sull’analisi fenomenologica husserliana della percezione, del mondo-della-vita e dell’esperienza antepredicativa; nella seconda sezione, una teoria del “conoscere speculativo”, cioè del sapere filosofico stricto sensu in quanto sapere assoluto, fondata su un ripensamento dei principi fondamentali della filosofia hegeliana. Nella terza sezione veniva infine delineata una teoria del metodo dialettico, in quanto forma assoluta e immanente del pensiero filosofico, partendo dall’originaria versione hegeliana e passando attraverso un confronto critico con la dialettica materialistica di Marx e la dialettica negativa di Adorno.
In Essenza e dialettica della percezione sensibile, invece, egli prendeva in considerazione quella forma elementare del conoscere, che viene tradizionalmente denominata come “intuizione” o “percezione sensibile”, e che costituisce, secondo le concezioni epistemologiche empiristiche e positivistiche (ma anche, per certi versi, secondo la filosofia critica kantiana), la “fonte” originaria, o per lo meno un presupposto gnoseologico indipendente, del processo del conoscere. Rinaldi discuteva in questo saggio alcune teorie epistemologiche contemporanee intese appunto a sostenere tale concezione, e ne metteva in luce le insuperabili contraddizioni, indicando la loro soluzione in un diverso principio del conoscere, la cui evidenza fosse indipendente da qualsivoglia presupposto intuitivo immediato.
La problematica filosofica del linguaggio, assente nell’articolazione sistematica kantiana della “critica” delle “facoltà” dello spirito umano, ma divenuta rilevante nella filosofia contemporanea soprattutto dopo il celebre volume di Cassirer, era al centro del terzo saggio citato di Rinaldi, i Fondamenti di filosofia del linguaggio. Saggio nato non per ridurre – com’è purtroppo oggi troppo spesso il caso – l’epistemologia, la logica o la metafisica alla linguistica, secondo l’orientamento tracciato dalla filosofia analitica, dal neostrutturalismo e dal decostruzionismo odierni (ma anche, sia pur per opposte ragioni, dall’estremo esito dell’ontologia esistenziale heideggeriana), quanto piuttosto per polemizzare contro di essi, rei di voler ridurre l’essenza del pensiero (o della filosofia) a quella del linguaggio (o della poesia), e per provare, al contrario, che il pensiero è irriducibile al linguaggio (e quindi che la filosofia è piuttosto la “verità” della poesia). Non già, dunque, il pensiero è un prodotto del linguaggio, bensì il linguaggio un prodotto del pensiero.
Con Idea e realtà della Logica Rinaldi approda ora allo stadio del pensiero puro, oggetto della logica, momento culminante dello sviluppo di una teoria del pensiero come verità e fondamento ultimo della teoria della conoscenza, dove puntualmente riemergono le soluzioni teoriche elaborate nei tre saggi precedenti, già citati, al fine di costituirvi la base teorica del tentativo di formulare una soluzione affermativa del problema del conoscere, che può esser sommariamente accennata nella maniera seguente: il conoscere non può costituirsi in maniera valida né basandosi sull’evidenza della percezione sensibile, né risolvendosi in una costruzione linguistica, bensì nella misura in cui riconosce che la propria essenza si identifica con quella del pensiero puro logico, nel cui sviluppo e processo di autoproduzione vengono in definitiva a coincidere l’essenza del reale, e quindi i fondamenti della metafisica od ontologia, e l’essenza del conoscere, e dunque i principi della logica o della gnoseologia (discipline, in realtà, solo verbalmente distinguibili: cfr. Parte I, § 1, pp. 92-93).
Da questa impostazione deriva la struttura e l’articolazione di questo saggio. La prima sezione (“Idea della Logica”: cfr. Parte I, §§ 4-5, pp. 110-137; Parte II, §§ 6-8, pp. 31-56) è dedicata alla formulazione di una teoria generale del pensiero concepito come atto autocosciente, dialettico, organico o, se vogliamo, olistico – come “pensiero concreto” in senso hegeliano. Questa teoria, a differenza della logica formale contemporanea, pretende di avere un risvolto ontologico, perché non descrive, analizza o deduce solo strutture formali, argomentative o discorsive del pensare, ma indica nel contempo in e mediante esse momenti e principi esplicativi del divenire della realtà. Vi è dunque in questo saggio qualcosa come un confronto-scontro tra la logica formale, da un lato, e la logica speculativa o trascendentale, con accenti metafisici, dall’altro.
Onde dare un fondamento argomentato, logicamente cogente alla sua concezione della logica, nella seconda sezione (“Realtà immediata della Logica”: cfr. Parte I, §§ 4-5, pp. 110-137; Parte II, §§ 6-8, pp. 31-56) Rinaldi prende in esame lo sviluppo storico della logica formale, distinguendo in esso tre stadi evolutivi fondamentali:
1) quello originario, identificato con la logica formale aristotelica;
2) la tendenza psicologistica o associazionistica, dominante dell’età contemporanea e culminante nel Sistema di logica deduttiva e induttiva di J.S. Mill;
3) la reazione allo psicologismo, che ha portato nell’età contemporanea al cosiddetto “logicismo” e alla fondazione della logica simbolica o matematica, pietra miliare nello sviluppo della stessa teoria husserliana della logica trascendentale.
Il primo stadio viene privilegiato da Rinaldi non solo perché esistono plausibili ragioni onde ridurre in definitiva a esso quelli successivi, ma anche e soprattutto perché la logica aristotelica ha sì carattere formale, e come tale viene quindi criticata e respinta dall’autore, ma è comunque una logica formale sui generis, perché Aristotele, oltre che un logico formale, è stato anche il padre della metafisica, e anche quando descrive le forme astratte dei concetti di genere, dei giudizi, dei sillogismi e della dimostrazione non trascura di cercare a esse un preciso riscontro ontologico. Solo che in numerosi contesti dove vengono teorizzate le determinazioni formali-generali del pensiero discorsivo, egli sembra dimenticare i principi fatti valere proprio dalla sua metafisica, cadendo così in stridenti contraddizioni che Rinaldi evidenzia con estrema chiarezza grazie a una ricerca meticolosa e paziente: per es. la sua elevazione delle particolarità semantiche e sintattiche della lingua greca a forme universali del pensiero logico contraddice alla sua acuta differenziazione dell’essenza del linguaggio da quella del pensiero (cfr. Parte II, § 7. 1, pp. 37-39); la sua corretta dottrina gnoseologica che il sapere è scire de universalibus è incompatibile con la sua fondamentale tesi ontologica che attualmente reale è invece solo l’individuo singolare (cfr. ibid., § 7. 2, pp. 36-39); la sua teoria dell’universale come risultato di un procedimento induttivo contraddice alla pretesa evidenza intuitiva immediata dei principi anapodittici della dimostrazione (ibid., § 7. 4, pp. 40-42); la tesi che la categoria della sostanza coincide con l’individuum omnimode determinatum, caratterizzato da massima comprensione e minima estensione, contraddice all’assunto, non meno cruciale per la sua logica, che essa è invece uno dei “sommi generi”, la cui estensione cioè è massima mentre è minima la loro comprensione (cfr. ibid., § 7. 5, pp. 42-43); la presupposizione della realtà extramentale dell’oggetto della species sensibile contraddice sia alla sua teoria delle relazioni (che esige per contro che entrambi i loro termini siano consaputi: cfr. ibid., § 7. 2, p. 38) che a quella dell’identità dell’oggetto intelligibile e del pensiero in atto; ecc. ecc.
Il felice approdo alla teoria del pensiero come logica speculativa prende la forma di una deduzione trascendentale del sistema delle fondamentali categorie logiche (cfr. Parte II, §§ 9-10: “Realtà assoluta della Logica”, pp. 57-59), i cui caratteri essenziali vengono accennati solo sommariamente in questo saggio, che in rapporto al suo contenuto determinato si limita infatti a prevedere che, qualora fosse compiutamente sviluppato, esso non dovrebbe risultare molto dissimile da quello svolto da Hegel nella Scienza della Logica. Del resto, Kant, Fichte e Hegel rappresentano la triade filosofica sulla quale poggia la base teorica del lavoro di Rinaldi. La teoria del pensiero svolta in questo saggio può esser perciò considerata anche come un ripensamento severamente critico delle fondamentali acquisizioni del pensiero kantiano, impegnata com’è a espungere da esso i residui empiristici, scientistici, illuministici e, perché no, fideistici, ancor pesantemente presenti nella sua versione ufficiale. E i riferimenti ai pensatori successivi sono immediatamente contenuti nella sua stessa impostazione, poiché già nella Dottrina della scienza di Fichte e nella Scienza della Logica di Hegel è ben visibile il tentativo di portare a perfezione e compimento l’idea kantiana della logica trascendentale, depurandola proprio dei residui sopra citati.
Ma Rinaldi non può e non vuole ovviamente trascurare i contributi forniti alla logica, intesa come sapere trascendentale e speculativo, da parte di filosofi più recenti quali Bertrando Spaventa e Giovanni Gentile, senza trascurare neppure Kuno Fischer, R.G. Collingwood e il "suo“ Errol Harris. Per rimanere ai filosofi italiani ora citati, sappiamo come l’hegelismo di Spaventa e Gentile venga sovente interpretato come un hegelismo che torna a Kant. Ora, non possiamo credere che Rinaldi accetti di tornare a Kant dopo essere arrivato a Hegel, però conosciamo il suo apprezzamento per questi filosofi, meritevoli se non altro di aver colto la continuità Kant-Fichte-Hegel. La Logica e metafisica di Spaventa (originariamente intitolata dal suo autore: Principi di filosofia; il nuovo titolo è del curatore della seconda edizione, Giovanni Gentile) e i due volumi del Sistema di logica come teoria del conoscere di Gentile figurano certamente nello scaffale principale della sua biblioteca.
(c) Ma perché all’inizio si sosteneva che con Idea e realtà della Logica Rinaldi raggiunge senz’altro un punto alto della sua lunga riflessione teoretica, che tuttavia non può esser considerato come conclusivo? La ragione di ciò sta nel fatto che in questo saggio egli precisa sì l’idea e il principio della logica speculativa, e la difende contro la logica formale, ma non trascura neppure di ribadire che una cosa è formulare il principio o l’idea della logica, altra cosa è costruire un sistema di logica. Nel principio è contenuta nulla più che la “formula” da cui deve partire la costruzione della scienza, mentre nel sistema occorrerà invece indicare tutte le determinazioni specifiche nelle quali la scienza si realizza. Il lavoro da fare, in sostanza, è ancor superiore a quello già fatto, ma siamo certi che Rinaldi non si tirerà indietro, e presto o tardi ci regalerà la “casa” finita dove abitare.

 

Pubblicato in:

“Magazzino di Filosofia”, aprile 2007

by Davide Bertotti last modified 2007-05-24 01:08

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